«Ma c'ero anch'io!»: volti e nomi del Pisa femminile che rischiavamo di dimenticare
Dopo i primi tre articoli sulla storia del calcio femminile pisano, tanti ricordi sono tornati a galla. Ripartiamo dagli anni dello Stilmotor, dando un nome alle ragazze che contribuirono a costruire quella storia
Ci sono articoli che finiscono nel momento in cui vengono pubblicati. E ce ne sono altri che, proprio da quel momento, cominciano quasi una seconda vita.
È quello che è accaduto con il nostro viaggio nella storia del calcio femminile pisano. I primi tre capitoli hanno raccontato le origini, la crescita e gli anni più importanti di una realtà sportiva che riuscì, partendo praticamente dal nulla, ad arrivare fino alla Serie A e a portare alcune delle proprie ragazze alla maglia della Nazionale.
Ma dai commenti e dai ricordi arrivati dopo la pubblicazione è emersa soprattutto una frase, declinata in tanti modi diversi:
«Ma c'ero anch'io!» oppure: «Come mai di lei non avete parlato?», «Vi ricordate di quella squadra?», «Anch'io ho giocato nel Pisa...».
Obiezioni più che comprensibili. Perché raccontare oltre vent'anni di storia in tre articoli significa inevitabilmente scegliere, sintetizzare, lasciare fuori nomi, partite, stagioni e protagoniste. Non perché fossero meno importanti, semplicemente perché sarebbe stato impossibile citarli tutti.
E allora abbiamo deciso di tornarci sopra.
Non per riscrivere quanto già raccontato, ma per aprire ancora un po' quel vecchio album di fotografie, cercando stavolta di dare spazio proprio a quei nomi che una ricostruzione necessariamente sintetica aveva lasciato ai margini.
Prima del Fotoamatore c'era lo Stilmotor
Una delle pagine che meritano sicuramente di essere recuperate è quella dello Stilmotor Pisa, una fase importante nel lungo percorso che avrebbe successivamente portato il calcio femminile pisano verso i suoi anni migliori.
Siamo alla metà degli anni Ottanta. Il presidente è Luciano Berretta, personaggio destinato a diventare inscindibile dalla storia di questa squadra e, più in generale, del calcio femminile cittadino. Accanto a lui opera il direttore sportivo Luigi Attanasio, mentre in panchina c'è Valeriano Amanati.
Lo sponsor Stilmotor di Santa Maria a Monte finisce sulle maglie e perfino sul gagliardetto della società: un cimelio che, fortunatamente, è arrivato fino ai giorni nostri e che racconta quell'epoca forse meglio di tante parole.
Erano anni molto diversi da quelli del calcio femminile di oggi. Pochissima visibilità, risorse limitate, strutture spesso da conquistare giorno dopo giorno. Eppure attorno alla squadra stava crescendo un gruppo sempre più numeroso di ragazze.
Ed è proprio guardando le vecchie fotografie che ci si rende conto di quante fossero.
Quelle ragazze con la maglia Stilmotor
In una delle immagini che siamo riusciti a recuperare (stagione 1984-1985, utilizzata per la copertina) compaiono Antonella Benvenuti, Sara Attanasio, Lucia Guerrieri, Chiara Del Gaudio, Fortunata Dini, Susanna Riparbella, Amalia Attanasio, Anna Di Marco e Cinzia Gherarducci; accosciate Margherita Dini, Monica Berretta, Novella Benvenuti, Romana Casarosa e Cristina Della Capanna.
Quindici ragazze. Quindici nomi che, senza quella fotografia e senza qualcuno capa
ce ancora oggi di riconoscerle, rischierebbero lentamente di essere inghiottiti dal tempo.
Un'altra immagine dello stesso periodo (stagione 1985-1986) ce ne restituisce altri.
Questa volta troviamo Anna Di Marco, Amalia Attanasio, Cristina Della Capanna, Monica Nanni, Chiara Del Gaudio, Paola Nardelli, Sara Attanasio e Agnese Tonola; accosciate ci sono Cinzia Gherarducci, Monica Berretta, Simona Nardelli, Romana Casarosa, Margherita Dini, Sandra Della Seta e Lucia Guerrieri.
Alcuni nomi ritornano, altri cambiano. Ed è proprio questo il bello di fotografie come queste: non raccontano soltanto una formazione, ma permettono di ricostruire un ambiente, un gruppo, un pezzo di gioventù e, alla fine, anche un pezzo della città.
La stagione 1985-86
La rosa della stagione 1985-86 aiuta ulteriormente a capire le dimensioni ormai raggiunte dal movimento.
Ne facevano parte Amalia Attanasio, Sara Attanasio, Monica Berretta, Romana Casarosa, Chiara Del Gaudio, Cristina Della Capanna, Sandra Della Seta, Anna Di Marco, Margherita Dini, Cinzia Gherarducci, Lucia Guerrieri, Monica Nanni, Paola Nardelli, Simona Nardelli, Antonella Piaceri, Susanna Riparbelli, Angela Romano, Silvia Rota, Agnese Tonola e Brigitte Vella.
Venti calciatrici.
Tra loro cominciano inoltre ad apparire figure destinate a lasciare un segno importante negli anni successivi. Antonella Piaceri, ad esempio. E c'è anche Brigitte Vella, calciatrice austriaca, una presenza tutt'altro che abituale nel calcio femminile italiano dell'epoca.
Vogliamo soffermarci un attimo su Antonella Piaceri. Nipote di Giampaolo Piaceri, calciatore del Pisa Sporting Club negli anni 1967-1971 (compreso quindi anche il primo campionato del Pisa in serie A), arriva a Pisa con un passato già importante, avendo avuto l’opportunità di esordire con la Nazionale Italiana, ancora sedicenne, in una tournée in Messico nel 1973.
È un particolare che oggi può sembrare secondario, ma che racconta bene la crescita della società: il Pisa cominciava a guardare anche oltre i propri confini.
E intanto il confronto sportivo si faceva sempre più impegnativo. Tra le rivali di quel periodo c'era l'Ulivetese, mentre anche tornei e amichevoli consentivano alle pisane di misurarsi con realtà provenienti da altre parti d'Italia.
Non era ancora il Pisa che avrebbe fatto parlare di sé in Serie A.
Ma le fondamenta erano già lì.
Monica Berretta e una storia dentro la storia
Fra i volti che ritornano continuamente nelle fotografie c'è quello di Monica Berretta.
Il cognome non è naturalmente casuale: è la figlia di Luciano Berretta.
Una circostanza che rende ancora più particolare la storia di quella famiglia e di quella squadra. Da una parte il padre, dirigente e anima organizzativa; dall'altra la figlia, in campo insieme alle compagne.
Ma sarebbe riduttivo ricordarla soltanto per il legame familiare. Monica appartiene a pieno titolo alla storia sportiva della squadra e attraversa una parte importante della sua evoluzione.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del calcio femminile di quegli anni: società, squadra, amicizie e famiglie finivano spesso per intrecciarsi. Non esisteva ancora la macchina organizzativa del calcio moderno. Molto si reggeva sulla passione e sulla disponibilità delle persone.
Nomi che cominciano a ritornare
Continuando a scorrere le rose, ci si accorge anche di un altro fenomeno.
Cominciano ad apparire i nomi delle calciatrici che accompagneranno la trasformazione dello Stilmotor nella squadra che conosceremo negli anni successivi.
Alcune rimarranno per poco, altre molto più a lungo. Alcune giocheranno nelle categorie inferiori, altre arriveranno fino ai massimi livelli.
Ed è qui che un semplice elenco di nomi smette di essere un elenco.
Perché dietro Attanasio, Berretta, Casarosa, Del Gaudio, Della Capanna, Della Seta, Di Marco, Dini, Gherarducci, Guerrieri, Nanni, Nardelli, Piaceri, Riparbelli, Romano, Rota, Tonola, Vella e tutte le altre ci sono allenamenti, trasferte, spogliatoi, vittorie e sconfitte.
Ci sono ragazze che magari hanno giocato soltanto una stagione e altre che sono rimaste per anni.
Ma quella storia appartiene a tutte.
Dal ricordo alla memoria
Forse è proprio questa la cosa più importante emersa dopo la pubblicazione dei primi tre articoli.
Quando si racconta una squadra del passato, inevitabilmente si ricordano soprattutto i presidenti, gli allenatori, le giocatrici più rappresentative, le promozioni, le partite decisive.
La memoria delle persone, invece, funziona diversamente.
Una fotografia può far riaffiorare improvvisamente un nome dimenticato. Un cognome può ricordare una trasferta. Una vecchia maglia può riportare alla mente uno spogliatoio, un campo, un gol segnato quarant'anni fa.
E soprattutto può provocare quella frase:
«Ma c'ero anch'io!»
Ecco perché siamo tornati sulla storia del Pisa femminile.
Non per correggere quanto raccontato nei primi tre capitoli, ma per integrarlo.
Perché la storia di una società non è fatta soltanto da chi ha alzato una coppa, conquistato una promozione o indossato la maglia azzurra.
È fatta anche — e forse soprattutto — da tutte quelle ragazze che un pomeriggio hanno infilato una maglia con scritto STILMOTOR, sono entrate in campo e, senza probabilmente rendersene conto, hanno aggiunto una piccola tessera a una storia che oggi, a distanza di tanti anni, stiamo cercando di ricostruire.
E se qualcuna, guardando queste vecchie fotografie, esclamerà ancora una volta «Ma quella sono io!», allora questo nuovo viaggio nella memoria avrà già raggiunto il suo scopo.
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