“Nel calcio giovanile conta più chi paga che chi merita”. Lettera aperta di un allenatore

Cronaca
PISA e Provincia
Venerdì, 15 Maggio 2026

Trent’anni di calcio vissuto sul campo tra passione, delusioni e un sistema che continua a mettere in secondo piano la crescita dei ragazzi

Un atto d’accusa diretto contro il sistema calcio.

A sollevarlo è un allenatore con oltre trent’anni di esperienza, che in una lettera aperta inviata alla redazione di Punto Radio Cascina Notizie, descrive un sistema segnato da logiche lontane dal merito, carenze nella formazione degli istruttori e condizionamenti esterni, con atleti e dirigenti, pronti a pagare per giocare o allenare.

Un quadro generale critico, aderente alla realtà, che partendo dalle categorie giovanili, finisce per descrivere le incredibili storture che stanno demolendo pezzo per pezzo, dal suo interno, il movimento calcistico italiano.

 

Questo in testo intergrale della lettera aperta.

"Negli ultimi 35 anni ho allenato nei settori giovanili, sia professionistici che dilettantistici, e purtroppo posso dire che molte cose non sono mai cambiate. Parlo dell’Italia, perché è la realtà che conosco meglio.

Già nelle categorie dei più piccoli, troppo spesso le società affidano le squadre a persone non qualificate, scelte semplicemente perché hanno tempo libero. Molti istruttori fanno altri lavori — in fabbrica, in comune o altrove — e poi nel tempo libero si improvvisano allenatori. Ma il problema non è solo questo.

Da sempre esistono dinamiche che poco hanno a che vedere con il merito: ragazzi che devono giocare perché pagano, perché portano uno sponsor, oppure perché sono figli di persone influenti. Succedeva quando ho iniziato ad allenare e succede ancora oggi.

Poi ci lamentiamo se il calcio italiano fatica in Europa o se non riusciamo nemmeno a qualificarci ai Mondiali. Ma le cause partono proprio dal basso, dai settori giovanili, dove spesso si investe poco e si lavora male.

A quell’età l’obiettivo dovrebbe essere far crescere i bambini, non vincere le partite. Invece si vedono allenatori che già con i bambini del 2015 o 2016 ragionano solo sul risultato. Prima delle partite li fanno stare mezz’ora a fare stretching o esercizi inutili per la loro età, quando dovrebbero semplicemente giocare, divertirsi e imparare attraverso il pallone.

In campo poi si vedono bambini già bloccati nei ruoli: il difensore fa solo il difensore, l’attaccante aspetta fermo la palla, il portiere non si muove dalla porta. A quell’età dovrebbero tutti attaccare, difendere, toccare il pallone e imparare ogni fase del gioco.

Un altro problema enorme è che esistono allenatori che addirittura pagano per allenare. E questo succede anche in società professionistiche. Mi dispiace dirlo, perché faccio parte di questo mondo, ma ci sono persone che siedono in panchina senza competenze reali, solo perché portano sponsor o coprono economicamente certe spese.

Anche tra i ragazzi più grandi la situazione non migliora. Nei settori giovanili professionistici capita spesso che, su 25 giocatori, almeno 20 abbiano già un procuratore. Ragazzi ai quali viene fatto credere di essere fenomeni, portati continuamente a fare provini e spesso usati solo per interessi economici.

Gli allenatori si ritrovano così a lavorare senza vera libertà di scelta. Ci sono giocatori che devono scendere in campo per forza: perché la famiglia paga, perché c’è un accordo con la società o perché qualcuno lo impone dall’alto. E capita di ricevere telefonate il sabato o la domenica con indicazioni precise: “Questo deve giocare almeno un tempo”, “A questo devi dare un quarto d’ora”.

Alla fine, chi ci rimette sono spesso i ragazzi che meriterebbero davvero di giocare e crescere attraverso il lavoro e l’impegno.

Questo, purtroppo, è il calcio giovanile che vedo da tanti anni.

 

 

 


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redazione.cascinanotizie