Appello contro repressione e militarizzazione: solidarietà alle persone indagate per le proteste pro Palestina
Movimenti, collettivi e organizzazioni politiche e sindacali denunciano un clima repressivo dopo le indagini e le sanzioni legate alle mobilitazioni svolte a Pisa negli ultimi mesi contro la guerra e a sostegno della Palestina
Un appello pubblico per difendere la libertà di manifestazione e contestare i provvedimenti giudiziari e amministrativi adottati dopo le iniziative pro Palestina organizzate a Pisa nell’ultimo anno.
A firmarlo sono associazioni, collettivi, realtà sindacali e politiche cittadine, che parlano di un “tentativo repressivo” nei confronti delle mobilitazioni contro la guerra e la logistica bellica.
Al centro del documento le indagini avviate nei confronti di decine di persone coinvolte nelle proteste e le sanzioni arrivate dopo il blocco ferroviario del 12 marzo scorso alla stazione di Pisa.
Riporta il comunicato a firma di Studenti per la Palestina, Movimento No Base, Cambiare Rotta - Organizzazione Giovanile Comunista, Potere al Popolo!, Rete dei Comunisti, Unione Sindacale di Base, Palestra Popolare La Fontina, eXploit!, Una città in comune, Rifondazione Comunista.
Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città
In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell'ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell'autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest'anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d'Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone.
Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani - Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant'Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali.
In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L'interruzione di una lezione all'università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l'occupazione del Rettorato dell'Università di Pisa, l'arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l'Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni.
Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E' questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra.
Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele.
Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall'altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando 'ignoti' per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca.
Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate.
Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro.
In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell'esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città.
La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere 'sconveniente' la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.
Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra.
Ha scritto l'Unione Sindacale di Base - Federazione di Pisa.
OLTRE 60 DENUNCIATI E MULTATI PER LA PALESTINA E CONTRO LA GUERRA A PISA: IN PIAZZA C’ERAVAMO TUTTI
USB esprime piena solidarietà alle decine di attivisti, studenti, lavoratrici e lavoratori raggiunti da denunce in relazione alle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno attraversato Pisa contro la guerra, il riarmo e in sostegno del popolo palestinese.
Le oltre 60 denunce rappresentano un fatto grave che si inserisce in un contesto nazionale caratterizzato da un progressivo irrigidimento delle politiche di ordine pubblico e da una crescente limitazione degli spazi di agibilità democratica e di conflitto sociale. A Pisa, città che è stata protagonista di importanti mobilitazioni contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese, l'accanimento repressivo colpisce proprio coloro che hanno animato quelle piazze, dalle iniziative nelle università alle manifestazioni cittadine, fino ai grandi cortei che hanno accompagnato gli scioperi generali promossi da USB il 22 settembre e il 3 ottobre.
E’ stato un autunno incredibile, milioni di persone in piazza in tutta Italia ma ci sono voluti due anni di genocidio in diretta perché questo avvenisse. Attorno agli scioperi generali indetti da USB e dal sindacalismo conflittuale si è sviluppato un movimento di massa che ha unito lavoratori, studenti, precari e realtà sociali sotto la parola d'ordine chiara: "Blocchiamo tutto". Migliaia di persone sono scese in piazza per denunciare il genocidio del popolo palestinese, opporsi alle politiche di guerra, al riarmo e alla complicità del governo italiano con l'escalation militare israeliana. Quelle giornate hanno rappresentato un momento alto di partecipazione popolare e di ricomposizione sociale, dimostrando che esiste nel Paese una larga opposizione alle logiche della guerra e dell'economia di guerra.
È proprio quella forza espressa nelle piazze a essere oggi oggetto di un tentativo di intimidazione. Dietro questa operazione non vediamo soltanto la volontà di perseguire singoli episodi, ma un disegno più ampio volto a colpire chi organizza conflitto sociale, solidarietà internazionale e opposizione alle politiche governative. In una fase segnata dall'aumento delle spese militari, dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e dall'inasprirsi dei conflitti internazionali, la risposta delle istituzioni sembra essere sempre più quella della repressione.
Le immagini delle cariche contro gli studenti che manifestavano pacificamente per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese restano impresse nella memoria della nostra città. Oggi, a quelle violenze, si aggiunge una nuova offensiva che passa attraverso denunce e procedimenti giudiziari rivolti a chi ha esercitato il diritto di manifestare.
USB ribadisce che la solidarietà al popolo palestinese, il rifiuto della guerra e delle politiche di riarmo, la difesa dei diritti sociali e democratici non possono essere criminalizzati. Le mobilitazioni che hanno attraversato Pisa e il Paese in questi anni hanno rappresentato una risposta concreta alla normalizzazione della guerra e all'indifferenza verso il dramma vissuto dal popolo palestinese. Sono state piazze partecipate, popolari e determinate, che hanno rimesso al centro il valore dell'internazionalismo e della solidarietà tra i popoli, che hanno visto dopo tanti anni migliaia di lavoratrici e lavoratori aderire a uno sciopero politico e scendere in piazza.
Per questo riteniamo fondamentale costruire la più ampia solidarietà nei confronti delle persone colpite dalle denunce, sostenendole sul piano politico e legale. Nelle prossime settimane promuoveremo momenti pubblici di confronto e iniziative di sostegno, coinvolgendo avvocati, associazioni, realtà sociali e sindacali, con l'obiettivo di contrastare l'ondata repressiva e difendere gli spazi di partecipazione democratica.
Di fronte a questo tentativo di intimidazione, la risposta deve essere collettiva. Le decine di migliaia di persone che hanno riempito le piazze dell'autunno contro il genocidio del popolo palestinese e contro la guerra dimostrano che non si può reprimere un movimento che affonda le proprie radici nella giustizia sociale, nella pace e nella solidarietà internazionale.
In quelle piazze c'eravamo tutti. E continueremo ad esserci.


