Biodiversità e caccia, da Pisa un appello a una gestione fondata sulla scienza
Valentina Serra e Daniela Ciccarelli (Unipi) intervengono sul disegno di legge che modifica la normativa sulla fauna selvatica. "La biodiversità non si tutela aumentando la pressione venatoria". Bani: "Arretramento nella tutela della fauna selvatica e della biodiversità"
La tutela della biodiversità richiede un approccio basato su dati scientifici, monitoraggi e pianificazione, evitando interventi che possano compromettere gli equilibri degli ecosistemi.
È il messaggio contenuto nell'intervento firmato da Valentina Serra e Daniela Ciccarelli, che analizza il disegno di legge di riforma della normativa sulla fauna selvatica e riflette sulle possibili ricadute delle nuove disposizioni in materia di gestione venatoria.
Hanno scritto Valentina Serra e Daniela Ciccarelli, Referenti Biodiversità Commissione per lo Sviluppo Sostenibile di Ateneo.
La biodiversità è una rete complessa di relazioni tra specie, habitat e attività umane. Per questo ogni intervento che riguarda la fauna selvatica dovrebbe partire da un principio semplice: conoscere prima di agire. Servono dati, monitoraggi, competenze scientifiche indipendenti e una valutazione attenta degli effetti sugli ecosistemi.
Il disegno di legge S.1552, approvato dal Senato e ora in passaggio alla Camera, modifica la legge 157/1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. È un tema che merita attenzione pubblica, perché riguarda non solo la caccia, ma il modo in cui il nostro Paese sceglie di proteggere la fauna, gli habitat e il patrimonio naturale comune.
La gestione della fauna selvatica è certamente una questione reale. Esistono conflitti con alcune attività umane, danni alle coltivazioni, problemi sanitari e situazioni che richiedono interventi mirati. Ma proprio perché il tema è serio, non può essere affrontato con soluzioni semplicistiche. Aumentare tempi, spazi e occasioni di caccia non significa automaticamente gestire meglio la fauna. In alcuni casi può anzi produrre risultati limitati o difficili da valutare, se non è accompagnato da obiettivi chiari, monitoraggi accurati e una pianificazione fondata su criteri scientifici.
Il caso del cinghiale è emblematico. Si tratta di una specie molto adattabile, con elevata capacità riproduttiva, favorita da cambiamenti nell’uso del suolo, disponibilità alimentare, trasformazioni degli habitat e cambiamenti climatici. La letteratura scientifica europea mostra che la caccia ricreativa, da sola, non è sufficiente a contenere stabilmente l’aumento delle popolazioni. Questo non significa negare la necessità di interventi di gestione in alcuni contesti, ma distinguere tra controllo faunistico pianificato e ampliamento generalizzato dell’attività venatoria.
Preoccupa anche l’eventuale estensione della caccia in aree naturali, demaniali e costiere. Questi ambienti non sono spazi vuoti. Spiagge, dune, zone umide e boschi litoranei ospitano specie animali e vegetali spesso molto sensibili al disturbo. Le piante delle dune, ad esempio, non sono semplici “erbacce”, ma trattengono e stabilizzano la sabbia, andando a contrastare l’erosione costiera e rendono possibile la presenza di habitat di grande valore naturalistico. Il calpestio continuo può compromettere equilibri delicati, spesso già messi sotto pressione da turismo, urbanizzazione e crisi climatica.
C’è poi un tema legato alla sicurezza: le aree naturali sono luoghi di fruizione pubblica, ricerca, educazione ambientale e benessere. La loro gestione deve conciliare la tutela della biodiversità, la conservazione degli habitat e la sicurezza delle persone. Una politica moderna della fauna dovrebbe rafforzare, non indebolire, il ruolo degli organismi tecnico-scientifici indipendenti. In questa prospettiva, desta preoccupazione il ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA, principale riferimento tecnico-scientifico nazionale per la gestione e la tutela della fauna selvatica. Dovrebbe invece puntare su monitoraggio, prevenzione dei conflitti, protezione degli habitat, ripristino ecologico, educazione ambientale e interventi proporzionati, valutabili nei risultati.
La biodiversità non si tutela aumentando la pressione venatoria. Si tutela con conoscenza, responsabilità e scelte fondate sulla scienza. In un tempo in cui gli ecosistemi sono già esposti a pressioni crescenti, il principio di precauzione non è un ostacolo: è una forma di buon governo del territorio e del futuro.
Ha detto Lorenzo bani, presidente del Parco di San Rossore.
"Il nuovo disegno di legge sulla caccia, che dopo essere stato approvato in Senato sta per arrivare alla Camera, rappresenta un arretramento nella tutela della fauna selvatica e della biodiversità. I pareri della comunità scientifica, gli orientamenti europei ed una sensibilità ambientale sempre più diffusa nel Paese impongono un maggiore approfondimento invece di un iter legislativo che mi sembra troppo rapido e compresso nei tempi e nelle audizioni. Ho sempre considerato una parte del mondo venatorio come un compagno di viaggio nella strada della difesa dei valori ambientali, della biodiversità e della conoscenza del territorio. Non serve creare altre contrapposizioni. Un aspetto che io ritengo assurdo è la possibilità delle Regioni di discostarsi dalle indicazioni fornite dai pareri espressi dall'Ispra, allargando il periodo di caccia. Poiché il ddl 1552 non è una singola norma ma una legge quadro ampia e complessa che coinvolge la conservazione della biodiversità, il diritto comunitario, le convenzioni internazionali, aspetti gestionali e di sicurezza dei cittadini, sarebbe necessario un dibattito molto approfondito nel solco della direttiva europea in materia".


