Il patrono “sdoppiato” di Cascina: San Sebastiano a gennaio, la festa a maggio
Una storia di santi, reliquie e fiere, quando il calendario religioso incontra la vita della comunità: ecco perché la città celebra Innocenzo e Fiorentino mentre il calendario dice un’altra cosa
Chiunque sia cresciuto a Cascina lo sa: la festa del patrono si celebra a fine maggio. Bancarelle, luna park, tombola, strade affollate e uffici comunali chiusi. Eppure, aprendo un calendario liturgico, si scopre che San Sebastiano, patrono ufficiale di Cascina, cade il 20 gennaio. Allora perché la festa “vera” è un’altra? E soprattutto: chi sono davvero i Santi Innocenzo e Fiorentino, celebrati con tanto entusiasmo dalla comunità?
La risposta non è un errore, né una svista storica. È, piuttosto, il risultato di una stratificazione secolare di fede, devozione popolare e vita civile, che racconta molto più di quanto sembri sull’identità cascinese.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza
Dal punto di vista storico-istituzionale ed ecclesiastico, il patrono di Cascina è San Sebastiano, martire cristiano venerato in tutta Europa e da secoli associato alla protezione contro le pestilenze. La sua festa cade il 20 gennaio e viene ancora oggi celebrata ufficialmente, soprattutto in ambito religioso e istituzionale.
Tuttavia, gennaio è un mese poco favorevole alle grandi celebrazioni pubbliche: clima rigido, giornate corte, tradizionali difficoltà negli spostamenti e nella vita economica. E così, nel tempo, San Sebastiano è rimasto patrono “di diritto”, ma non di fatto, almeno sul piano della festa popolare.
La vera svolta avviene nel XVII secolo, in piena età post-tridentina. In quel periodo Cascina, come molte comunità toscane, rafforza la propria identità religiosa anche attraverso il culto delle reliquie.
Nel 1678 arrivano in paese le reliquie di San Innocenzo, seguite pochi anni dopo, nel 1681, da quelle di San Fiorentino, anch’egli martire. Non si tratta di santi legati originariamente al territorio, ma questo non è affatto insolito: la presenza delle reliquie rende i santi “presenti” nella vita della comunità, degni di venerazione e, col tempo, di protezione civica.
La devozione cresce, si struttura, e culmina nella realizzazione di una cappella dedicata ai due santi nella pieve principale, all’inizio dell’Ottocento. A quel punto Innocenzo e Fiorentino non sono più semplici figure devozionali: diventano santi “di casa”.
Ed è qui che entra in gioco il calendario. La grande festa cittadina viene collocata in primavera, nel periodo più adatto alla vita sociale ed economica. Nasce così la fiera di Cascina, fissata tradizionalmente il martedì dopo l’ultimo lunedì di maggio, e dedicata proprio ai Santi Innocenzo e Fiorentino.
Nel tempo, questa celebrazione assume un peso sempre maggiore, fino a diventare la festa patronale “sentita” dalla popolazione, quella che tutti riconoscono come tale, anche se non coincide con la data del patrono ufficiale.
Il caso di Cascina non è un’eccezione, ma un esempio tipicamente italiano: un patrono ufficiale, riconosciuto dalla Chiesa e dalle istituzioni (San Sebastiano); dei patroni civici e popolari, legati alla storia locale e alla festa principale (Innocenzo e Fiorentino).
In altre parole, Cascina non ha sbagliato patrono: ne ha semplicemente più di uno, ciascuno con un ruolo diverso. La religione fornisce il quadro formale, la comunità sceglie come e quando festeggiare.
Capire perché Cascina festeggia il patrono a maggio significa leggere in controluce la storia sociale del paese: il rapporto tra fede e quotidianità, tra calendario liturgico e vita reale, tra istituzioni e popolo.
E forse è proprio questo il senso più profondo della festa: non tanto stabilire chi abbia “ragione” tra San Sebastiano e i Santi Innocenzo e Fiorentino, quanto riconoscere che la tradizione vive quando riesce ad adattarsi, senza perdere memoria del passato.
A Cascina, da secoli, succede esattamente questo.
Nella foto in alto la Propositura di San Giovanni e Santa Maria Assunta, nella foto in basso il Martirio di San Sebastiano di Antonio Badile, 1530-1540 circa, olio su tela, 150x101 cm, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.


