“La fisica è per tutti”: Vincenzo Schettini e la rivoluzione della conoscenza accessibile

Cultura
Cascina
Sabato, 4 Aprile 2026

Dai social al teatro, il professore de “La fisica che ci piace” racconta il suo metodo, il rapporto con gli studenti e le sfide della scuola nell’era dell’intelligenza artificiale

 

C’è chi la considera una materia ostica, distante, quasi inaccessibile. E poi c’è chi riesce a trasformarla in qualcosa di vivo, quotidiano, perfino divertente. Vincenzo Schettini è uno di questi. Professore di fisica e divulgatore tra i più seguiti in Italia, è riuscito a portare la scienza fuori dalle aule scolastiche, facendola entrare nelle case, nei social e perfino nei teatri.

Il suo progetto, “La fisica che ci piace”, è diventato un punto di riferimento per migliaia di studenti e appassionati, grazie a un linguaggio diretto, esempi concreti e una forte componente emotiva. Ma dietro il successo c’è molto di più: una visione precisa della scuola, del ruolo degli insegnanti e del futuro dell’educazione.

 

In questa intervista, Schettini racconta il suo percorso, le sfide dell’insegnamento oggi e il suo modo di intendere la divulgazione scientifica.

“La fisica che ci piace”: a chi si riferisce quel “ci”?

«È un “ci” inclusivo, che mette dentro tutti. In realtà nasce quasi come un plurale maiestatis, come a dire “la fisica che piace a me”, ma poi si è trasformato in qualcosa di molto più grande. È diventato un noi che comprende studenti, adulti, bambini, chiunque abbia voglia di avvicinarsi alla conoscenza. Siamo abituati a dire “mi piace” per cose effimere, immediate. Molto meno per qualcosa come la conoscenza. Invece perché no? Anche la fisica può piacere, può entusiasmare. E quando qualcosa entusiasma davvero, diventa contagioso.»

Quando ha capito che il suo modo di insegnare funzionava davvero?

«L’ho capito subito, quando ho iniziato a insegnare nel 2007. Ricordo ancora quella prima esperienza a Molfetta: non vedevo l’ora di entrare in classe. È stato lì che ho capito che questa era la mia strada. Fare l’insegnante non è scontato, non basta desiderarlo. È un mestiere impegnativo, serve pazienza, entusiasmo, capacità di entrare in relazione. Io ho sentito che in me funzionava, e funzionava anche con gli studenti. È stato quello il vero punto di partenza.»

Si sente più professore o comunicatore?

«Professore, senza dubbio. La comunicazione è qualcosa di molto ampio, ma il professore ha una responsabilità unica: lasciare un segno. Essere insegnante significa far appassionare qualcuno a una materia, trasmettere bellezza. Poi è chiaro che un buon professore deve anche essere un buon comunicatore, perché se riesci a spiegare un concetto e dall’altra parte qualcuno dice “ah, ora ho capito”, allora hai fatto centro. Ma alla base c’è sempre l’insegnamento.»

Il successo sui social ha cambiato il suo modo di insegnare?

«Più che cambiato, lo ha arricchito. Mi ha dato nuove idee, nuovi stimoli. Forse senza i social sarei rimasto più legato a un modo tradizionale di insegnare. Io ho sempre lavorato in istituti tecnici e professionali, dove senti ancora di più la necessità di catturare l’attenzione. La rete mi ha dato la possibilità di sperimentare, di raccontare la fisica in modo diverso, partendo dalla vita quotidiana: la pasta, l’auto, le cose di tutti i giorni. È stato naturale, spontaneo. E la spontaneità è fondamentale: è lì che spesso si nasconde il talento.»

La fisica è davvero difficile o viene spesso spiegata male?

«Ci sono due livelli diversi. Capire un fenomeno non è difficile, se viene spiegato bene, con le parole giuste e senza banalizzare. Un’altra cosa è studiarlo in modo rigoroso, con la matematica, le proporzionalità, le grandezze fisiche. Quello è più impegnativo, richiede allenamento, pazienza, disciplina. Ma non tutti devono diventare fisici o ingegneri. Questo è il punto. Chi non ha quell’obiettivo non deve sentirsi escluso o, peggio, inadeguato. Tutti hanno diritto di capire, di apprezzare un concetto. È lì che entro in gioco io: nel rendere accessibile quel primo livello.»

Dove finisce la divulgazione e dove inizia l’intrattenimento?

«Per me convivono. Nella mia lezione-show c’è divulgazione, ma anche intrattenimento, ed è giusto così. È teatro, non una conferenza. Le persone escono e dicono: “Non pensavo di ridere con la fisica”. Ma perché no? Se riesci a emozionare, a far sorridere, i concetti restano molto di più. Io poi ho anche una formazione artistica: sono violinista e direttore di coro. Questa parte di me entra nello spettacolo e lo rende qualcosa di più completo. È un modo anche per dire ai ragazzi: ognuno di noi ha tante dimensioni, ma spesso ne sfruttiamo pochissime.»

Ha mai ricevuto critiche dal mondo accademico?

«Dirette, poche. Spesso le critiche non arrivano in maniera esplicita. Però ho ricevuto anche tanti apprezzamenti da parte di docenti e professori universitari. Molti mi hanno detto: finalmente qualcuno che avvicina tanta gente alla fisica. Poi è normale che non si possa piacere a tutti, ma io preferisco concentrarmi su chi sostiene questo tipo di progetto, soprattutto perché è qualcosa che va a beneficio dei giovani.»

Che responsabilità sente verso i ragazzi che la seguono?

«Quella di essere diretto, autentico. Oggi si parla tanto, ma spesso si comunica poco. I ragazzi hanno bisogno di chiarezza, di qualcuno che parli senza filtri. Mi auguro di essere un punto di riferimento, perché il mondo di oggi è più complesso, più incerto. Serve qualcuno che dica le cose in modo semplice e vero, senza troppi giri di parole.»

L’intelligenza artificiale cambierà il modo di insegnare la fisica?

«Lo sta già cambiando. Gli studenti oggi fanno domande direttamente all’intelligenza artificiale, che diventa una sorta di nuovo docente. È uno strumento potente, un “bignami moderno” da cui attingere informazioni. Però il punto centrale resta un altro: la scuola deve ripartire dai professori. Se si spegne la passione degli insegnanti, si perde il cuore del sistema. Gli strumenti sono importanti, ma non possono sostituire l’energia e la presenza di chi insegna.»

Come immagina la scuola del futuro?

«Spero in una scuola che valorizzi di più i docenti. Dietro ogni professore c’è un universo: competenze, esperienze, capacità. Spesso però tutto questo si scontra con burocrazia, rigidità, vincoli. Se si desse più fiducia agli insegnanti, più libertà di esprimersi e di adattare l’insegnamento, sarebbe una rivoluzione. E alla fine a beneficiarne sarebbero proprio gli studenti.»

Cosa la rende felice, fuori dalla fisica?

«Le cose semplici: il mare, perché vivo in una città di mare, i miei cani, che sono esseri straordinari, e gli spaghetti alle vongole, che adoro.»

Cosa direbbe a chi pensa che la fisica non faccia per lui?

«Direi di provarci. Di non escludersi. Sul mio canale ci sono anche lezioni vere, con lavagna e formule. La fisica non è per pochi: è per chiunque abbia voglia di capire. Basta trovare il modo giusto per avvicinarsi.»

Grazie per la disponibilità

«Grazie a voi.»

 

Il viaggio di Vincenzo Schettini non si ferma ai social o alle aule scolastiche. La sua “lezione-show” continua a portare la fisica anche a teatro, trasformando la divulgazione in un’esperienza coinvolgente e sorprendente.

Il prossimo 17 aprile sarà a Cascina, al Politeama della Città del Teatro, dove andrà in scena “La fisica che ci piace”. Uno spettacolo che mescola scienza, musica e intrattenimento, capace di far ridere, riflettere e – soprattutto – guardare la fisica con occhi nuovi.
Un’occasione per scoprire, ancora una volta, che la conoscenza può essere non solo utile, ma anche profondamente appassionante.

Sarà possibile ascoltare l’intervista integrale di Luca Barboni a Vincenzo Schettini su Punto Radio giovedì 9 aprile alle ore 15 ed in seguito sul podcast di Punto Radio.

 

 


Visita anche il Podcast di Punto Radio, per riascoltare una trasmissione che ti è piaciuta particolarmente o che ti sei perso.

 

redazione.cascinanotizie