Lavoro domestico, l'allarme delle Acli: "Senza badanti il welfare rischia di non reggere"
In occasione della Giornata internazionale del lavoro domestico, il patronato Acli di Pisa richiama l'attenzione sull'invecchiamento delle assistenti familiari e sulla necessità di politiche di integrazione e ricambio generazionale
Il lavoro domestico e di assistenza familiare rappresenta una componente sempre più essenziale del sistema di welfare, ma il settore si trova oggi di fronte a sfide che rischiano di comprometterne la tenuta futura. È il quadro tracciato dal patronato Acli di Pisa in occasione della Giornata internazionale del lavoro domestico del 16 giugno.
Partendo dai dati raccolti nel 2025 tra le province di Pisa e Lucca, il direttore Simone Fulghesu evidenzia come il crescente fabbisogno di assistenza alle persone anziane si intrecci con fenomeni demografici, migratori e occupazionali che richiedono risposte strutturate.
Tra le principali criticità emergono l'età sempre più avanzata delle lavoratrici del settore, la forte dipendenza dalla manodopera straniera e il rischio di una progressiva carenza di assistenti familiari proprio mentre aumenta la domanda di cura.
Per le Acli diventa quindi necessario affrontare il tema non più come una questione marginale, ma come una priorità sociale destinata a incidere in modo crescente sulla vita delle famiglie e sull'organizzazione del welfare territoriale.
Ha scritto il patronato Acli di Pisa.
“Nel 2025 fra Pisa e Lucca abbiamo incontrato 1.100 famiglie e 1.200 lavoratrici e lavoratori, 850 dei quali nella sola provincia pisana, e gestito 1.400 contratti di lavoro domestico, di cui 950 per assistenza familiare”. Parte da qui Simone Fulghesu, direttore del patronato Acli di Pisa. Non per evidenziare successi e capacità operativa dei “suoi” uffici, che pure non mancano, ma per porre sul tavolo alcune questioni di stringente attualità che riguardano il mondo del lavoro di cura e lo fa in occasione della Giornata internazionale del lavoro domestico del 16 giugno, istituita dall’Organizzazione internazionale del lavoro. “Il nostro osservatorio – dice – ci restituisce un quadro molto articolato in cui da una parte ci sono le collaboratrici domestiche ormai più vicine a un’idea di lavoro “normalizzato”, con una presenza significativa anche di lavoratrici italiane o di comunità storicamente integrate nei nostri territori, come quella albanese o filippina, dall’altra c’è il mondo delle badanti dove si intrecciano fragilità sociali, bisogni di cura e dinamiche migratorie”.
Ma c’è bisogno di un cambio di prospettiva, netto e anche rapido perché “queste lavoratrici, in gran parte straniere, rappresentano oggi un pezzo fondamentale, anche se non istituzionale, del nostro sistema di welfare: senza di loro moltissime famiglie non sarebbero in grado di garantire assistenza ai propri cari e il loro ruolo è destinato a crescere – continua Fulghesu – se è vero che circa due terzi dei contratti che gestiamo riguarda l’assistenza alla persona, a dimostrazione che l’attività di queste lavoratrici non è un “vezzo” per chi può permetterselo”.
Al riguardo le dinamiche demografiche sono chiare: “l’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e continuerà a invecchiare e allo stesso tempo, le famiglie sono più piccole, e la partecipazione delle donne al lavoro è aumentata – spiega il direttore del patronato Acli di Pisa-. Questo significa che la cura degli anziani ricade spesso su una sola persona, già impegnata tra lavoro e famiglia”. A ciò si aggiunge il tema delle pensioni e delle disponibilità economiche: “Si esce sempre più tardi dal mondo del lavoro e con assegni spesso più bassi rispetto al passato, a causa delle riforme previdenziali e di un mercato del lavoro segnato dalla precarietà. In queste condizioni, le famiglie – quando possono – ricorrono alla badante come unica soluzione praticabile. A volte anche in modo irregolare, perché mancano alternative strutturate”.
All’orizzonte, però, si profilano delle criticità piuttosto acute che interessano anche il territorio pisano: “Si trascura troppo spesso il fatto che il lavoro domestico è caratterizzato da uno mancato ricambio generazionale – sottolinea Fulghesu-. L’età media delle oltre 950 badanti incontrate lo scorso anno è 53 anni: il 16% ha più di 65 anni, mentre il 15% si colloca tra i 60 e i 65 anni. Questo significa che, proprio mentre aumenta la domanda di assistenza (con l’invecchiamento dei baby boomers), molte lavoratrici usciranno dal mercato del lavoro per limiti fisici o per età”. L’altro aspetto da tenere in considerazione riguarda la provenienza: “Solo il 16% delle badanti è italiano. La maggioranza arriva da Paesi come Filippine, Ucraina, Moldova, Romania e, in particolare, Georgia, che rappresenta oggi la comunità più numerosa nei nostri dati con il 23% del totale”. Ma non sarà sempre così. O, comunque, non è detto: “L’auspicabile miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi di origine potrebbe ridurre i flussi migratori: lo vediamo già con le lavoratrici polacche o bulgare che rispetto ad alcuni anni fa sono diminuite. Senza politiche adeguate, il rischio è un sistema sempre più fragile o un aumento del lavoro irregolare”.
Il nodo da sciogliere si chiama integrazione e inclusione: “Molte di queste lavoratrici vivono nelle nostre case ma restano poco integrate nelle comunità. Spesso arrivano per necessità economiche, con l’idea di una permanenza temporanea, e senza un vero progetto di integrazione. Si creano così comunità chiuse, legate al Paese di origine, e dinamiche non sempre trasparenti. In alcuni casi, perfino la conoscenza della lingua italiana non è più considerata essenziale”.
Conseguenza: “Serve un approccio più consapevole e strutturato. Da un lato – dice-, politiche migratorie coerenti che garantiscano ingressi regolari e tempi certi, soprattutto per quanto riguarda i permessi di soggiorno. Dall’altro, percorsi di integrazione veri, che aiutino queste lavoratrici a uscire dall’isolamento: il lavoro domestico non è un settore marginale – conclude Fulghesu-: è già oggi una colonna portante del welfare. Ma per reggerne il peso anche in futuro, bisogna iniziare a trattarlo per quello che è: una questione sociale centrale, non più rinviabile”
Nella foto: il direttore del patronato Acli di Pisa Simone Fulghesu


