Pandemie, uno studio dell'Università di Pisa evidenzia criticità nei piani regionali di comunicazione del rischio
La ricerca, pubblicata su BMC Public Health, mette a confronto i piani pandemici regionali italiani con la letteratura scientifica internazionale. Tra i principali punti critici emergono inclusività, coinvolgimento dei cittadini e gestione dell'infodemia
I piani pandemici regionali italiani presentano ancora significative criticità nella comunicazione del rischio durante le emergenze sanitarie.
È quanto emerge da uno studio dell'Università di Pisa pubblicato sulla rivista internazionale BMC Public Health, che ha analizzato i documenti adottati dalle Regioni nel periodo 2021-2023 confrontandoli con le migliori pratiche validate a livello internazionale.
La ricerca individua margini di miglioramento soprattutto sul fronte dell'inclusività, della partecipazione delle comunità e del contrasto alla disinformazione.
Ha scritto l'Università di Pisa.
Tre i punti critici che emergono dai piani pandemici regionali italiani: carenza di inclusività ed equità, di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini e delle comunità, gestione dell'infodemia. Positiva invece la transizione verso un modello di comunicazione flessibile e resiliente, capace di funzionare anche in situazioni di incertezza, grazie a unità dedicate a coordinare i flussi di informazione e alla previsione di messaggi differenziati per cittadini e professionisti sanitari.
A renderlo noto è una ricerca, pubblicata sull'autorevole rivista internazionale BMC Public Health, dal titolo Mapping risk communication practices in public health emergencies: a scoping review and comparison with Italian regional pandemic plans. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa, guidati dalla professoressa Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene Generale e Applicata, nell’ambito del progetto CreSP - Comunicare il rischio nelle emergenze per la Sanità Pubblica, finanziato dal CCM – Ministero della Salute.
I risultati evidenziano che, sebbene il concetto di comunicazione del rischio in emergenza sia ben sviluppato nella letteratura scientifica, la sua implementazione pratica varia considerevolmente tra i diversi livelli di governance. Il disallineamento tra le raccomandazioni scientifiche e i quadri istituzionali sottolinea la necessità di un approccio nazionale più integrato e standardizzato, come quello che si può ritrovare nel "Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico", adottato in sede di Conferenza Stato-Regioni, che delinea un quadro strategico e procedurale innovativo in cui i concetti di inclusività, gestione dell'infodemia e community engagement sono strutturalmente radicati ed esplicitati attraverso la definizione di ruoli, responsabilità e strutture formali dedicate.
“I risultati del nostro studio evidenziano l'urgente necessità di superare un modello di comunicazione puramente istituzionale e unidirezionale, che rischia di lasciare escluse le fasce più vulnerabili della popolazione proprio nei momenti di maggiore criticità - spiega Caterina Rizzo - Per affrontare con successo le future sfide epidemiche è indispensabile un approccio di preparazione (preparedness) capace di integrare stabilmente la gestione dell'infodemia, il social listening e il coinvolgimento attivo dei cittadini all'interno delle infrastrutture di sanità pubblica. Solo attraverso indicatori misurabili e una formazione mirata dei professionisti sul territorio potremo costruire un sistema davvero resiliente, equo e capace di conservare la fiducia della comunità”.
Lo studio ha confrontato i piani pandemici regionali del triennio 2021-2023 con la letteratura scientifica internazionale in materia di comunicazione del rischio in emergenza. Sono stati valutati oltre 10mila articoli e 173 sono stati inclusi nel confronto diretto con i documenti disponibili nelle Regioni italiane al momento della ricerca.
“Le popolazioni vulnerabili, comprese quelle con un basso livello di alfabetizzazione, barriere linguistiche o accesso digitale limitato, rimangono a maggior rischio di esclusione dai canali di comunicazione di emergenza, evidenziando la necessità di strategie di comunicazione adattate a diversi contesti culturali, linguistici e digitali” scrivono i ricercatori.
Il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini rimangono tuttavia marginali nei piani pandemici regionali presi in esame, che concettualizzano ancora la comunicazione del rischio prevalentemente come un processo istituzionale unidirezionale e di tipo top-down. Infine, nei piani analizzati sono stati individuati solo accenni teorici sul contrasto della disinformazione.
“La scarsa integrazione della gestione dell'infodemia nei piani ufficiali contrasta con la crescente attenzione che questo tema ha ricevuto nella pratica internazionale della sanità pubblica» si legge nello studio dell'Università di Pisa. «Sebbene prove solide sull'efficacia di queste strategie rimangano limitate, l'integrazione delle capacità di gestione dell'infodemia nei sistemi di preparedness può rafforzare la capacità dei sistemi sanitari di anticipare e rispondere ai rischi legati all'informazione durante le emergenze sanitarie. In questo contesto, le strategie per contrastare la disinformazione dovrebbero essere istituzionalizzate attraverso la collaborazione con organizzazioni di fact-checking, organi di stampa e attori della società civile” conclude la ricerca pubblicata da BMC Public Health.
Pandemie, lo studio dell’Università di Pisa: i piani regionali carenti in inclusività e gestione dell’infodemia.
Lo studio pubblicato su BMC Public Health ha messo a confronto i piani pandemici regionali approvati nel periodo 2021-2023 con le migliori pratiche validate a livello internazionale
Tre i punti critici che emergono dai piani pandemici regionali italiani: carenza di inclusività ed equità, di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini e delle comunità, gestione dell'infodemia. Positiva invece la transizione verso un modello di comunicazione flessibile e resiliente, capace di funzionare anche in situazioni di incertezza, grazie a unità dedicate a coordinare i flussi di informazione e alla previsione di messaggi differenziati per cittadini e professionisti sanitari.
A renderlo noto è una ricerca, pubblicata sull'autorevole rivista internazionale BMC Public Health, dal titolo Mapping risk communication practices in public health emergencies: a scoping review and comparison with Italian regional pandemic plans. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa, guidati dalla professoressa Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene Generale e Applicata, nell’ambito del progetto CreSP - Comunicare il rischio nelle emergenze per la Sanità Pubblica, finanziato dal CCM – Ministero della Salute.
I risultati evidenziano che, sebbene il concetto di comunicazione del rischio in emergenza sia ben sviluppato nella letteratura scientifica, la sua implementazione pratica varia considerevolmente tra i diversi livelli di governance. Il disallineamento tra le raccomandazioni scientifiche e i quadri istituzionali sottolinea la necessità di un approccio nazionale più integrato e standardizzato, come quello che si può ritrovare nel "Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico", adottato in sede di Conferenza Stato-Regioni, che delinea un quadro strategico e procedurale innovativo in cui i concetti di inclusività, gestione dell'infodemia e community engagement sono strutturalmente radicati ed esplicitati attraverso la definizione di ruoli, responsabilità e strutture formali dedicate.
“I risultati del nostro studio evidenziano l'urgente necessità di superare un modello di comunicazione puramente istituzionale e unidirezionale, che rischia di lasciare escluse le fasce più vulnerabili della popolazione proprio nei momenti di maggiore criticità - spiega Caterina Rizzo - Per affrontare con successo le future sfide epidemiche è indispensabile un approccio di preparazione (preparedness) capace di integrare stabilmente la gestione dell'infodemia, il social listening e il coinvolgimento attivo dei cittadini all'interno delle infrastrutture di sanità pubblica. Solo attraverso indicatori misurabili e una formazione mirata dei professionisti sul territorio potremo costruire un sistema davvero resiliente, equo e capace di conservare la fiducia della comunità”.
Lo studio ha confrontato i piani pandemici regionali del triennio 2021-2023 con la letteratura scientifica internazionale in materia di comunicazione del rischio in emergenza. Sono stati valutati oltre 10mila articoli e 173 sono stati inclusi nel confronto diretto con i documenti disponibili nelle Regioni italiane al momento della ricerca.
“Le popolazioni vulnerabili, comprese quelle con un basso livello di alfabetizzazione, barriere linguistiche o accesso digitale limitato, rimangono a maggior rischio di esclusione dai canali di comunicazione di emergenza, evidenziando la necessità di strategie di comunicazione adattate a diversi contesti culturali, linguistici e digitali” scrivono i ricercatori.
Il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini rimangono tuttavia marginali nei piani pandemici regionali presi in esame, che concettualizzano ancora la comunicazione del rischio prevalentemente come un processo istituzionale unidirezionale e di tipo top-down. Infine, nei piani analizzati sono stati individuati solo accenni teorici sul contrasto della disinformazione.
“La scarsa integrazione della gestione dell'infodemia nei piani ufficiali contrasta con la crescente attenzione che questo tema ha ricevuto nella pratica internazionale della sanità pubblica» si legge nello studio dell'Università di Pisa. «Sebbene prove solide sull'efficacia di queste strategie rimangano limitate, l'integrazione delle capacità di gestione dell'infodemia nei sistemi di preparedness può rafforzare la capacità dei sistemi sanitari di anticipare e rispondere ai rischi legati all'informazione durante le emergenze sanitarie. In questo contesto, le strategie per contrastare la disinformazione dovrebbero essere
istituzionalizzate attraverso la collaborazione con organizzazioni di fact-checking, organi di stampa e attori della società civile” conclude la ricerca pubblicata da BMC Public Health.


