Carcere Don Bosco, Una città in comune: "Oltre le visite servono interventi su salute, casa e lavoro"

Politica
PISA e Provincia
Venerdì, 14 Agosto 2026

Tra le richieste il potenziamento dell'assistenza sanitaria, percorsi di accoglienza e misure per favorire il reinserimento

Le condizioni del carcere Don Bosco di Pisa e, più in generale, il tema del sovraffollamento penitenziario vengono posti al centro di un intervento di Una città in comune, che chiede a Regione Toscana e Comune di Pisa di affiancare alle visite istituzionali misure concrete sul territorio.

Il gruppo consiliare concentra l'attenzione soprattutto sulle persone detenute in condizioni di fragilità e indica tra le priorità il potenziamento dell'assistenza psicologica e psichiatrica, percorsi sociosanitari per chi può lasciare il carcere, strutture dedicate alle dipendenze e maggiori opportunità abitative e lavorative per favorire l'accesso alle misure alternative alla detenzione.

 

Ha scritto Una città in comune.

Mentre con il mese di agosto i detenuti hanno superato la soglia delle 65000 persone, continuano a fiorire le visite di solidarietà in carcere da parte delle istituzioni locali che, al termine delle sofferte e appassionate dichiarazioni sulle condizioni disumane della detenzione, vogliono fare la consueta foto in primo piano davanti la targa del carcere Don Bosco.

 Mai così tante nuche ha visto quella targa: ha visto passare tutto l’arco parlamentare e tutti i livelli di rappresentanza, da quello comunale al livello regionale a quello nazionale.

Ci pare però che, pur citando spesso il rapporto di Antigone, nessuno ricorda che in carcere ci vanno per lo più le persone povere, matte, tossiche, straniere e malate. Le persone invisibili per la politica, per il territorio, per i servizi. Nessuno dei visitatori istituzionali degli ultimi mesi collega le sofferenze del carcere allo stato miserando del welfare del territorio e alla disuguaglianza sociale sempre più drammatica.

Sarebbe bene farlo, perché Regioni e Comuni hanno una responsabilità diretta nella produzione di marginalità ed esclusione e pertanto molto possono fare per evitare che il carcere diventi un cronicario sovraffollato di persone fragili e in gravi condizioni di salute. Le persone “dimittende” e quelle che hanno la possibilità di ottenere misure alternative, sempre più spesso non hanno solo un problema di lavoro o di alloggio: hanno una lunga storia di deprivazione ed esclusione sociale e hanno bisogno di importanti supporti di sostegno di tipo sociale e sanitario.

Partiamo dalla salute mentale, e dalla spaventosa presenza di persone con gravi disturbi psichici o psichiatrici, spesso difficili da diagnosticare, che sono in carcere perché non ci sono strutture di accoglienza e di cura sufficienti nel territorio.

Riportiamo Antigone: “nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici.”

Nel carcere di Pisa sono offerte solo 16 ore alla settimana di assistenza psicologica per 100 detenuti e per solo 6 ore è presente uno/a specialista psichiatra.

La nostra prima proposta è un piano di misure straordinarie per la tutela della salute mentale delle persone che sono in carcere potenziando l’assistenza specialistica in istituto e i progetti di accoglienza residenziale dedicati alle diversificate forme di vulnerabilità, anche pensando alle diverse provenienze e culture dei detenuti. Una competenza tutta regionale.
 Non sappiamo se, nel corso delle visite, siano state incontrate persone detenute affette da patologie o condizioni di non autosufficienza incompatibili con la permanenza in carcere e che avrebbero invece bisogno di essere accolte in strutture sanitarie o sociosanitarie adeguate.

Oggi, per molte di queste persone, il carcere rischia di diventare di fatto l’unica residenza sanitaria in grado di accoglierle. È quindi urgente che la Regione intervenga sul servizio di dimissioni protette, costruendo percorsi effettivi di presa in carico e di accoglienza per le persone detenute anziane, disabili, non autosufficienti o affette da patologie incompatibili con il regime carcerario.
Infine, i numeri delle persone con dipendenze. Sono circa un terzo delle persone detenute. Spesso sono persone con una lunga storia di deprivazione e di vita di strada, a cui la possibilità di una comunità terapeutica è oramai preclusa. A noi risulta già pronta una struttura di accoglienza per persone con tossicodipendenze croniche ubicata nel territorio del comune di Pisa: lo sanno i nostri rappresentanti in regione e in comune? Possibile che ad esempio non stiano interloquendo con gli uffici regionali e con la ASL che dovrebbero provvedere alle autorizzazioni per la sua apertura?

Infine, lavoro e casa.

L’amministrazione continua a rifiutarsi di convocare il tavolo multidisciplinare che affronti le varie tematiche inerenti al carcere. Peccato, se lo avesse fatto forse saprebbe che la Cassa per le Ammende ha finanziato un piccolo progetto di seconda accoglienza per le persone in esecuzione penale esterna che faticano a reperire un alloggio sul mercato privato. Il Comune può, e tanto, dare una mano al reperimento di una struttura, così come può farlo la Regione Toscana, anch’essa proprietaria di immobili che potrebbero essere messi a disposizione per tali progettualità. Concludiamo con la questione del lavoro: allo stato attuale, la Regione mette a disposizione risorse del fondo sociale europeo per borse lavoro che sono poco più di un’elemosina: perché dopo le dichiarazioni di solidarietà e la foto con la targa non si pensa a misure attive di inclusione lavorativa in grado davvero di permettere l’accesso alle misure alternative?

Allora, stante l’aumento spropositato della penalità e delle misure repressive che riempiono le carceri, pretendiamo risorse, servizi e politiche di inclusione che permettono sia di evitare l’ingresso in carcere che di tutelare l’accesso all’esecuzione penale esterna.
La Regione Toscana, e il Comune di Pisa, possono già fare moltissimo: meno lacrime di coccodrillo, come se le mancanze risiedano sempre altrove, e più interventi concreti.

 

 

 


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redazione.cascinanotizie