Pisa, docenti sotto osservazione. Uil: "No a segnalazioni e schedature politiche"

Politica
PISA e Provincia
Martedì, 3 Febbraio 2026

Scuola e libertà di insegnamento, la presa di posizione della Uil Scuola Rua Pisa

La proposta di invitare gli studenti a segnalare presunti casi di propaganda politica da parte dei docenti riapre il dibattito sul ruolo della scuola e sulla libertà di insegnamento.

In un intervento firmato dai segretari provinciali della Uil Scuola Rua di Pisa, il sindacato Uil esprime forte preoccupazione per un’iniziativa che, secondo la sigla, rischia di introdurre un clima di sospetto e controllo incompatibile con i principi costituzionali e con la funzione educativa della scuola pubblica.

 

Hanno scritto i segretari provinciali Uil scuola Rua Pisa, Maria Vanni e Claudio Vannucci.

La scuola sotto osservazione

C’è qualcosa che stona profondamente, e non solo sul piano politico, nell’iniziativa di Azione Studentesca di invitare gli studenti a segnalare i “professori di sinistra che fanno propaganda nelle scuole”. Non stona perché la scuola sia un luogo asettico, separato dalla società e dalle sue tensioni, ma perché l’idea stessa di schedatura – anche quando si traveste da sondaggio anonimo – introduce un principio che la Repubblica, con fatica e sangue, aveva giurato di essersi lasciata alle spalle.

Le parole contano, ma contano ancora di più i precedenti storici che evocano. Liste, segnalazioni, monitoraggi politici del corpo docente non sono un’invenzione contemporanea: appartengono a un’altra stagione, a un’altra idea di Stato, a un’altra concezione del rapporto tra potere e conoscenza. Una stagione in cui la scuola non era il luogo della formazione del pensiero critico, ma uno strumento di conformismo.

Non stupisce che l’iniziativa abbia sollevato un’ondata di reazioni indignate da parte delle opposizioni, dei sindacati della scuola, di ampi settori del mondo educativo. Stupisce semmai la minimizzazione arrivata da ambienti governativi, come se il problema fosse soltanto terminologico – “schedatura” sì o no – e non politico e culturale.

Perché il punto non è stabilire se quel questionario sia formalmente anonimo. Il punto è che introduce un clima. Un clima di sospetto, di delazione simbolica, di pressione indiretta sull’insegnamento. E i climi, nella storia, contano spesso più delle leggi.

Naturalmente, dire questo non significa sostenere che il docente sia titolare di una libertà assoluta, sciolta da ogni responsabilità. La Costituzione è chiarissima quando afferma che l’insegnamento è libero. Ma quella libertà non è un privilegio corporativo: è una garanzia per lo studente, non per l’insegnante. Serve a evitare che il sapere venga piegato al potere, non a consentire l’indottrinamento.

Il docente, in quanto dipendente pubblico, è tenuto all’imparzialità. Lo ricorda il Codice di comportamento, lo impone l’articolo 97 della Costituzione, lo esige il buon senso democratico. Ma l’imparzialità non coincide con il silenzio, né con una neutralità fittizia che nasconde i conflitti invece di spiegarli. Una scuola che non parla di politica – nel senso alto del termine – è una scuola che abdica alla sua funzione. Educare significa mettere a confronto idee, non censurarle. Significa fornire strumenti critici, non verità confezionate. Significa, talvolta, anche mostrare che chi insegna ha un punto di vista, purché sia dichiarato, argomentato, e mai imposto. L’autorità dell’insegnante non deve diventare potere, e il dissenso dello studente non deve diventare colpa.

Ecco perché l’iniziativa di Azione Studentesca è sbagliata due volte. È sbagliata perché introduce una pratica che sa di controllo politico. Ed è sbagliata perché, paradossalmente, indebolisce proprio l’idea di scuola pluralista che dice di voler difendere. Non si tutela il pluralismo trasformando gli studenti in segnalatori e i docenti in sospetti. La scuola repubblicana non ha bisogno di liste, ma di fiducia. Non ha bisogno di vigilantes ideologici, ma di insegnanti preparati e responsabili. Non ha bisogno di paura, ma di conflitto argomentato, che è l’essenza stessa della democrazia.

Chi oggi invoca la libertà contro la “propaganda” farebbe bene a ricordare che la libertà non si difende restringendo gli spazi, ma allargandoli. E che ogni volta che si tenta di mettere sotto tutela il pensiero, è la Repubblica intera a fare un passo indietro.

 

 

 


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redazione.cascinanotizie