Va peggio che durante la Pandemia. Povertà in crescita nel Pisano, oltre 4.500 persone assistite dalla Caritas

Cronaca
PISA e Provincia
Sabato, 18 Luglio 2026

Presentato "In frantumi", il rapporto povertà della Caritas. Nel 2025 utenti aumentati del 20,2%. Emergenza abitativa, difficoltà dei servizi pubblici e lavoro povero tra i principali fattori indicati dall’Osservatorio diocesano

Aumentano le persone che chiedono sostegno alla Caritas diocesana di Pisa.

Nel 2025 i servizi hanno incontrato direttamente 2.199 utenti, il dato più alto dall’inizio delle rilevazioni e superiore del 20,2% rispetto all’anno precedente.

Considerando anche i familiari conviventi, l’assistenza ha raggiunto complessivamente 4.591 persone.

Secondo l’Osservatorio diocesano sulle povertà e le risorse, la crescita è legata soprattutto all’emergenza abitativa e al ritorno di situazioni di fragilità già conosciute, in un contesto segnato anche dalle difficoltà del sistema sociale e sociosanitario della Zona Pisana.

► LEGGI IL RAPPORTO SULLA POVERTA' 2026

 

Ha scritto la Caritas diocesana di Pisa.

Mai così tanti, almeno da quando sono iniziate le rilevazioni dell’Osservatorio diocesano sulle povertà e le risorse. Nel 2025 la Caritas diocesana ha incontrato 2.199 persone, +20,2% rispetto all’anno precedente, addirittura 53 nel confronto con il 2020, il primo anno della pandemia da Covid-19, quello delle restrizioni più lunghe e rigide con le relative conseguenze economiche e sociali.
Il dato, peraltro, è parziale e sottostimato dato che alle persone incontrate fisicamente ai servizi Caritas, bisogna aggiungere i familiari conviventi, anch’essi beneficiari degli interventi dell’ufficio per la pastorale della carità della diocesi di Pisa, ovvero i 2.146 (di cui 1.519 minori) figli e i 246 parenti (coniugi, genitori, fratelli e/o sorelle). Il totale fa 4.591 persone seguite e assistite, corrispondenti alle dimensioni di un comune come Palaia (4.562 abitanti) o Peccioli (4.563) e, in generale, più grande di quasi la metà (17 su 37) dei comuni della provincia di Pisa.
Tutto ciò in un anno “normale”, ossia non contraddistinto da gravi e improvvise emergenze – come è stato in occasione della pandemia- e nemmeno dall’apertura di nuovi e importanti servizi capaci d’intercettare e rispondere ai bisogni di soggetti diversi rispetto a quelli incontrati fino a quel momento, come fu fra il 2012 e il 2014 in occasione dell’apertura della Cittadella della Solidarietà, quando le persone incontrate passarono da circa mille a 1.600 nell’arco di un biennio.
Nel 2025 non è accaduto nulla di tutto ciò: è per questo che i ricercatori della Caritas parlano di “aumento non solo elevatissimo, ma anche atipico”. Un incremento che è ulteriormente enfatizzato anche dal numero dei contatti, ossia dalle volte in cui le persone incontrate hanno avuto necessità di rivolgersi ai servizi Caritas: lo hanno fatto ben 25.699 occasioni, in media 12 volte a testa. Nel 2024 i contatti erano stati 8.418, ossia tre volte di meno per una media di 5 incontri a persona.
Ma come può essere interpretato e che cosa giustifica un aumento così improvviso e impetuoso? Non dipende dalle c.d. “nuove povertà”, ossia le persone incontrate per la prima volta nel corso dell’anno, il primo indicatore che solitamente si va a guardare quando si assiste ad aumenti considerevoli ai servizi dell’ufficio per la pastorale della carità della diocesi di Pisa. Delle 369 persone in più incontrate nel 2025, infatti, sono una minima parte (61) si è rivolto alla Caritas per la prima volta nel corso dell’anno. Tutte le altre sono già conosciute: 143 da un periodo compreso fra i 1 e 5 anni e ben 164 da più di 6 anni. Nulla d’inspiegabile e nessuna contraddizione: “E’ il fenomeno delle c.d. “povertà di ritorno”, persone che Caritas aveva seguito e sostenuto in passato ma che, per un certo periodo, non si erano più fatte vedere, quasi sempre non perché la loro situazione di fragilità si fosse risolta, ma semplicemente attenuata, sovente grazie al coinvolgimento di altri servizi del territorio, a cominciare da quelli pubblici – spiegano gli autori -. Non è un fenomeno nuovo, si era già verificato frequentemente in passato, ma mai in queste dimensioni”.
Allora che cosa è accaduto? Sono due le chiavi di lettura che emergono dai dati 2025 della banca dati Mirod, l’archivio che raccoglie tutti i dati relativi alle persone incontrate dalle Caritas della Toscana, inclusa quella di Pisa. 

Il primo è l’emergenza abitativa: fra il 2022 e il 2025 le persone che vivono una condizione di “marginalità abitativa” (non solo senza dimora ma anche persone che vivono in dormitori, camper, roulotte, garage, campi, case occupate, affittacamere e ostelli) sono passate dal 10,7 al 21,3%. In valore assoluto, in appena quattro anni, si è passati da 148 a 348 persone (per un aumento del 135%).
Per spiegare questa crescita bisogna guardare a ciò che sta accadendo nel mercato delle locazioni e anche ai limiti delle politiche abitative per i nuclei familiari più fragile: “Abitare in Toscana”, l’ultimo rapporto sulla condizione abitativa nel territorio regionale, mostra come in provincia di Pisa i contratti ordinari per un periodo inferiore ai 3 anni (tipologia che ricomprende anche i c.d. “affitti brevi”) siano pari al 28% di tutti i nuovi contratti stipulati nel 2024, una quota che da sola è superiore alla somma degli affitti a canone concordato (14%) e a canone agevolato per studenti (8%), le due tipologie di contratto meno dispendiose per gli inquilini.
Così trovare casa diventa sempre più complicato e mantenerla ancora più difficile: vero, infatti, che nel 2024, in provincia di Pisa gli sfratti sono leggermente diminuiti (-7%), però il numero, 207, resta fra i più elevati della Toscana, inferiore solo a quello di Firenze (454) e, di pochissimo, a Lucca (229) e Prato (218). Ma il rischio di perdere casa rimane molto elevato se è vero che i provvedimenti di sfratto emessi sono stati 267, il 7% in più rispetto al 2023 e il secondo dato della Toscana dopo Firenze, e le richieste di esecuzione, addirittura, 872, +5% nel confronto con l’anno precedente e, pure, in questo caso, secondo dato più elevato della regione dopo quello del capoluogo. Ciò accade anche perché le case popolari, lo strumento di politica abitativa pensato per dare risposta al diritto all’abitare delle famiglie più fragili, sono largamente insufficienti, a Pisa come nel resto della Toscana e d’Italia.
Nella sola Zona Pisana, alla fine del 2024, erano 3.473 i nuclei che vivevano in un alloggio Erp, ma 1.255 quelli con domanda ammessa in graduatoria per una casa di edilizia residenziale pubblica, in pratica che avrebbero diritto ad una casa popolare se ve ne fossero in numero sufficiente. Il risultato è che il c.d. “tasso di soddisfacimento del bisogno conosciuto”, dato dal rapporto fra famiglie in alloggi Erp e totale di quelle che ne avrebbero diritto a prescindere dal fatto che ci vivano o meno, è del 73,5%. Sembra un’incidenza alta, ma in realtà dice che più di un quarto degli aventi diritto non ha una casa popolare.
E non finisce qui.
Il rapporto “Abitare in Toscana” calcola anche il bisogno potenziale di alloggi Erp, dato dal numero di nuclei con Isee annuo inferiore ai 16.500 euro (il limite massimo per accedere a una casa popolare) che vivono in alloggi non di proprietà, e il relativo tasso di soddisfacimento. Risultato: nella Zona Pisana il bisogno potenziale di case popolari riguarda 7.176 famiglie, ma coloro che vivono in un alloggio Erp sono meno della metà (48,4%).  Beninteso, nel resto della Toscana, non va meglio che a Pisa, ma la situazione rimane, comunque, oltremodo critica.

La seconda ragione che sembra, in parte giustificare, il “record” di persone che si sono rivolte alla Caritas riguarda l’implosione del sistema dei servizi  sociali e socio-sanitari della Zona Pisana, con la chiusura della Società della Salute, messa formalmente in liquidazione dal 1° Agosto 2025: oltre i tre quarti (77,5%) delle persone incontrate nel 2025 per le quali l’informazione è conosciuta, infatti, è anche seguita da un assistente sociale, quindi è in carico ai servizi sociali pubblici. Sono proprio queste persone a “coprire” una quota significativa della c.d. “povertà di ritorno”, soprattutto di quelle conosciute da più tempo: fra le persone seguite da Caritas e conosciute anche dai servizi sociali, infatti, quelle incontrate nell’ultimo anno e quelle conosciute da non più di cinque anni, sono stabili (per la precisione sono lievemente diminuite, rispettivamente, dello 0,9 e dello 0,4%), mentre coloro che sono conosciuti da almeno 6 anni sono aumentati addirittura del 31,7%.
Ciò che è accaduto emerge in modo chiaro dall’indagine qualitativa fatta dall’Osservatorio diocesano sulle povertà e le risorse realizzata fra metà aprile e l’inizio di maggio, intervistando in modo approfondito 20 delle persone seguite sia da Caritas che dai servizi sociali. “Sono ormai diversi anni che nella Zona Pisana vi è un altissimo turnover fra gli assistenti sociali e che la relazioni fra questi e gli utenti dei servizi sono piuttosto “rarefatte”, contraddistinte da colloqui in presenza saltuari, a causa soprattutto dell’elevato numero degli utenti che ciascun assistente sociale deve seguire – si legge nel rapporto - in ogni caso la relazione è dettata soprattutto “dal bisogno”, e gli incontri avvengono prevalentemente nel caso in cui le difficoltà vissute dalle persone in carico dai servizi si acuiscano e/o se insorga una nuova e improvvisa emergenza. Il cambiamento percepito nell’ultimo anno da molti degli intervistati è nell’intensità di questi due fenomeni: il turn over si è accentuato in modo molto significativo e le relazioni si sono ulteriormente dilatate. Da qui, verosimilmente, anche il ritorno di molti di essi ai servizi Caritas o la necessità di frequentarli in modo molto più assiduo che in passato: in un tempo d’incertezza e relazioni dilatate, infatti, la sicurezza è che la Caritas c’è”

Infine, vanno evidenziati altri due fenomeni, già emersi in passato, ma confermati anche per il 2025.
Il primo riguarda la condizione occupazionale e la crescita costante di coloro che, pur avendo un lavoro, hanno avuto la necessità di rivolgersi alla Caritas: nel 2025 sono stati 453, il 36% in più rispetto all’anno precedente. Ma nel medio e lungo periodo la portata del fenomeno è ancora più evidente: dal 2016 al 2025, infatti, l’incremento è stato addirittura dell’88% e fra il 2008 e il 2025 di ben il 194% (quasi triplicati).
L’ultimo aspetto da mettere in luce riguarda la povertà minori ed emerge in modo chiaro dai dati della Cittadella della Solidarietà, l’emporio solidale che opera come un vero e proprio supermercato nel quale gli ospiti possono prendere gratuitamente generi alimentari e beni di prima necessità grazie a un sistema che associa un determinato numero di punti a ciascuno prodotto. Nel 2025 qui sono state seguite 453 famiglie per un totale di 1.597 persone, il 35,9% dei quali (574) è un minore: dal 2016, ossia da quando il servizio è divenuto pienamente operativo, il dato è costante e molto e dice che circa un terzo delle persone seguite ha meno di 18 anni.
 
L’arcivescovo Cannistrà: “Assistere è necessario, ma non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia”

Cita prima la Costituzione, padre Saverio Cannistrà, arcivescovo di Pisa, nella prefazione al Rapporto sulle povertà 2026. In particolare, l’articolo 3 che impegna lo Stato “a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Per chiedersi e domandare “come vogliamo che sia la nostra società e se siamo disposti a mettere in soffitta l’ideale di una società di persone di pari dignità sociale e con le stesse opportunità. Sono convinto – continua l’arcivescovo- che a una domanda simile, ben pochi dichiarerebbero di voler cancellare questi principi dalla nostra Repubblica: tuttavia è ciò che sta avvenendo per un numero crescente di persone riguardo al godimento di diritti fondamentali, come quello al lavoro equamente retribuito, alla casa, alla salute”.
Poi ricorda anche il Concilio Vaticano II e in particolare il n.8 del decreto conciliare Apostolicam Actuositatem, che ammonisce sul fatto che “non si offra come dono di carità, ciò che è già dovuto a titolo di giustizia”. “E’ il dilemma di fronte a cui si trovano la Caritas e la Chiesa – sottolinea Cannistrà-: dobbiamo certamente assistere chi è nel bisogno, ma dobbiamo anche operare attivamente perché, per quanto possibile, non debbano ricevere per carità ciò a cui hanno diritto come persone e cittadini”.

L’auspicio del direttore don Morelli: “Entro fine 2026 un nuovo modello organizzativo per i servizi sociali e sociosanitari della Zona Pisana”

“Dopo circa vent’anni è stata chiusa l’esperienza d’integrazione fra sociale e sanità che andava sotto il nome di Società della Salute, un’esperienza che sicuramente andava riformata o rifondata, ma a quasi un anno di distanza dalla messa in liquidazione della SdS Pisana, non è chiaro quale sia il modello di politiche e servizi: in particolare “se” e “quanta” integrazione rimarrà, se nascerà un nuovo soggetto e, nel caso se Pisa ne farà ancora parte oppure se il Comune capoluogo, che nella primavera del 2025 ha deciso di uscire dal consorzio, andrà avanti per la sua strada”.
Parte da qui il direttore della Caritas diocesana don Emanuele Morelli, nelle conclusioni del Rapporto.
Per esprimere “stima e comprensione nei confronti degli assistenti sociali, professionisti competenti, che hanno capacità d’analisi e di lettura delle situazioni specifiche vissute dalla persone fragili, ma alle quali manca una cornice organizzativa solida ed efficiente”.
Ma anche per auspicare con forza che “entro la data del 31 dicembre 2026 i comuni della Zona Pisana si siano dotati di un modello organizzativo che “non lasci indietro nessuno”, in cui finalmente si attivi il Servizio di emergenza e urgenza sociale (Seus), in linea con la legge di istituzione dei servizi di Pronto intervento sociale, e dove le “Case della Comunità” non siano soltanto il nome nuovo dato alle preesistenti “Case della Salute” ad esclusiva vocazione sanitaria, ma luoghi inclusivi e intergenerazionali, in cui la società civile è protagonista, dove le associazioni di volontariato possano “fare casa” generando nuova socialità e in cui le persone che ne fruiscono possano essere protagonisti, monitorando e valutando la qualità dei servizi”.  “Per questo – conclude- servono figure professionali formate all’interazione e all’animazione di comunità e per questo occorrono scelte politiche e investimenti economici”.

 

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